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Associazione, Didattica

Il valore di carta e penna

Pubblicato il 17 Dicembre 2023

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La Fondazione Luigi Einaudi ha presentato uno studio e un’indagine a campione che mostra la necessità di bilanciare e riequilibrare l’uso dei dispositivi digitali e al contempo di valorizzare il libro cartaceo e la scrittura manuale a scuola

Il dibattito sulla scrittura a mano a scuola (e più in particolare sull’insegnamento della scrittura corsiva) e la sua utilità e insostituibilità anche nell’era digitale, è già da diversi anni un tema ricorrente sui media oltre che fra gli esperti e addetti ai lavori. Un documento specifico, molto semplice, chiaro e con precisi riferimenti scientifici, è il Manifesto per la scrittura a mano, l’appello alle istituzioni di un gruppo internazionale di psicologi, calligrafi ed esperti di didattica (tra cui Laura Bravar e Monica Dengo) che abbiamo contribuito a pubblicare online nella primavera 2019 e continuiamo a diffondere in occasione degli eventi pubblici a cui partecipiamo. 

Di recente, il tema dell’utilità e insostituibilità della scrittura a mano è stato estesamente discusso all’interno di un più ampio rapporto conoscitivo sul valore di carta e penna nei processi di apprendimento intitolato Scuola digitale? Il valore imprescindibile di carta e penna nell’apprendimento e curato dalla Fondazione Luigi Einaudi. Presentato a Roma il 18 luglio 2023 allo scopo di “informare i decisori politici e l’intera classe dirigente italiana”, è completato da un’indagine Euromedia Research basata su 700 interviste distribuite in tutte le aree del paese, con un appendice specifica riservata agli insegnanti.

Gli effetti collaterali del digitale

Il documento lancia l’allarme: “L’uso degli strumenti digitali sta cambiando i circuiti neuronali del nostro cervello”. E cita al riguardo i risultati di uno studio canadese del gennaio 2019, condotto da Sheri Madigan (University of Calgary), Dillon Browne (Alberta Children’s Hospital Research Institute) e Nicole Racine (University of Waterloo) su un campione di 2500 bambini dai 2 ai 5 anni: “il tempo che il bambino di due anni passa davanti allo schermo ne comporta un minore sviluppo cognitivo a tre anni; e, analogamente, è il tempo che un bambino di tre anni passa davanti allo schermo che pone le basi per un minore sviluppo cognitivo a cinque anni”. 

Nel complesso le ricerche dedicate all’uso dei dispositivi digitali passate in rassegna, da un lato, concorrono a indicare tra gli effetti negativi riscontrati negli utenti un calo qualitativo e quantitativo dell’attenzione, minor capacità di comprensione e scarsa memoria; dall’altro, concordano nel ritenere la qualità dell’apprendimento su carta superiore a quello digitale.

Nei primi anni 2000, Ziming Liu, professore alla San Jose State University (California), ha svolto un’indagine conoscitiva basata sull’analisi di questionari relativi alle abitudini di lettura su schermo negli ultimi dieci anni (“Reading behavior in the digital environment”, Journal of Documentation, Vol. 61, n. 6, pp. 700–712, 2005). Le risposte dei 113 utenti interpellati hanno indicato l’aumento del ricorso alla navigazione/scansione (80%) e della ricerca di parole chiave (72%); l’aumento della lettura selettiva (78%) e della lettura una tantum (56%); l’aumento della lettura non lineare (82%) e la diminuzione della concentrazione (50%). 

Uno studio del 2006 (non citato nel rapporto Einaudi e condotto da una società di ricerca e consulenza specializzata in user experience, cfr. https://www.nngroup.com/articles/f-shaped-pattern-reading-web-content/) ha tracciato il percorso dell’occhio, confermando dati alla mano la diffusa abitudine degli utenti ad applicare al testo digitale una lettura che non è lineare, riga per riga, ma segue piuttosto la forma di una F procedendo in maniera intermittente e superficiale. E infine una ricerca del 2011 ha dimostrato che si ottiene una minore conoscenza se le informazioni vengono trasmesse tramite un motore di ricerca rispetto a quando le stesse informazioni vengono veicolate su libri o riviste cartacee (Betsy Sparrow, Jenny Liu, Daniel M. Wegner, “Google Effects on Memory: Cognitive Consequences of Having Information at Our Fingertips”, Science, Vol. 333, n. 6043, pp. 776–778, 2011). 

Come ammonisce il rapporto, l’uso di computer o tablet non è quindi una scelta neutrale e priva di conseguenze. “Skimming, skipping e browsing (lettura superficiale, salto di parti di testo, scorrimento veloce)” sono diventate le nostre consuete modalità di lettura su schermo. 

Le contromisure: carta e penna

Le ricerche dedicate alla lettura su schermo dimostrano che l’attenzione dell’utente si frammenta rendendo più difficile una lettura concentrata e profonda. La Dichiarazione di Stavanger sul futuro della lettura, frutto di un’imponente ricerca condotta fra il 2014 e il 2018 su un campione di oltre 170.000 partecipanti, ha stabilito che “la carta rimane il medium da preferire nella lettura di testi più lunghi, che sono alla base di una serie di attività cognitive, come la concentrazione, la costruzione del vocabolario e la memoria; ma, soprattutto, la carta conferisce migliori performance quando la lettura è finalizzata a comprensione e assimilazione più profonde”. 

Più recentemente, uno studio pubblicato nel 2021 sul British Journal of Educational Technology, ha riconosciuto che “c’è un crescente consenso sul fatto che l’apprendimento per via digitale è inferiore a quello su carta stampata” (Gal Ben-Yehudah, Yoram Eshet-Alkalai, “Print versus digital reading comprehension tests: does the congruency of study and test medium matter?”, BJET, n. 52, pp. 426–440, 2021).   

Dal rapporto emerge anche un interessante parallelismo tra lettura profonda e scrittura corsiva fluente: entrambe hanno bisogno della nostra capacità di attenzione e concentrazione e allo stesso tempo la alimentano. Infatti, “la lettura su dispositivi digitali impegna maggiormente la parte limbica, che è quella più primitiva, legata all’istinto e alle emozioni”, invece “la lettura su carta coinvolge la parte frontale e prefrontale dell’encefalo, che sono essenziali per sviluppare la capacità di elaborazione del pensiero, di pianificazione e per l’attivazione della mobilità fine”. Va da sé che lo scarso esercizio della lettura profonda, al pari della scarsa pratica scrittoria, ha conseguenze sulla nostra capacità di esercitare al meglio queste competenze.  

A proposito della scrittura a mano, viene sottolineata fin dall’inizio l’importanza che essa assume nel processo di apprendimento: “L’uomo impara in un solo modo: con il corpo vissuto in relazione all’ambiente e con l’uso della motricità collegata ai sensi. La scrittura a mano rientra a pieno titolo in questa attività motoria specializzata a cui partecipa tutto il corpo”. A questa affermazione fa seguito l’esposizione ragionata degli esiti delle ricerche scientifiche che dimostrano i benefici offerti dalla scrittura manuale. Molte fra quelle citate sono già note agli addetti ai lavori e condivise nel Manifesto per la scrittura a mano. Ne ricordiamo alcune fra le più rilevanti. 

Il valore della scrittura a mano. Cosa dicono le ricerche 

Virginia Berninger, psicologa e docente alla University of Washington, ha dimostrato che il rapporto che si stabilisce tra cervello e mano nell’atto di scrivere è molto importante per la costruzione del pensiero e delle idee, tanto che si potrebbe affermare che è la mano che plasma l’idea. Chiosa il rapporto: “molti sensi si attivano premendo la penna sulla carta, vedendo le lettere che vengono scritte e ascoltando il suono che si produce mentre si scrive. Queste diverse esperienze sensoriali creano contatto tra le diverse parti del cervello e lo spingono all’apprendimento”. 

La psicologa Karin H. James, Indiana University, ha osservato che i bambini ricordano meglio e più facilmente le lettere quando le scrivono a mano, anziché digitarle su tastiera. Come dire che il processo di apprendimento “manuale” ha una resa superiore a quello “digitale”.

Pam A. Mueller della Princeton University e Daniel M. Oppenheimer della University of California di Los Angeles, anch’essi psicologi, hanno osservato che fra gli studenti universitari presi a campione, quelli che prendevano appunti in corsivo hanno capito meglio i concetti espressi dall’oratore rispetto a quelli che prendevano appunti con il portatile. La causa di questa differenza di prestazione sta nel fatto che “verbalizzare” a tastiera quello che un oratore sta dicendo non ci obbliga a riflettere sul senso delle sue parole, mentre se stiamo prendendo appunti a mano, siamo costretti a concentrarci e ad attivare le nostre capacità di astrazione e sintesi. 

L’apprendimento “manuale” è insostituibile

Per Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva citato nel rapporto, “’scrivere in corsivo significa praticamente tradurre il pensiero in parole, ed è il modo con cui i pensieri si legano e concretizzano nella forma scritta delle lettere’”. E questo perché la scrittura corsiva o legata riesce ad attivare meglio le parti del nostro cervello preposte alla lettura e alla scrittura e, spiegano gli estensori del rapporto, “stimola il pensiero logico-lineare che è quello che permette di associare le idee e accende massicciamente le aree del cervello coinvolte anche nell’attività del pensiero, del linguaggio, e della memoria”.

Concludono gli estensori del rapporto: “Analisi critica, empatia e riflessione che si alimentano e sviluppano tutte con la lettura e scrittura su carta sono strumenti fondanti di una società democratica e vanno consapevolmente difesi, sostenuti e promossi”; e auspicano l’elaborazione di “linee guida per l’uso delle tecnologie digitali, con particolare attenzione nell’istruzione”. Una preoccupazione condivisa dagli insegnanti. Secondo quelli intervistati nell’indagine di Euromedia Research, è assodata “l’importanza della lettura su carta per favorire l’apprendimento e la memorizzazione e quella della scrittura a mano per lo sviluppo della manualità”; inoltre queste due modalità “sono sicuramente complementari, ma non sostituibili e da utilizzare nelle giuste dosi a seconda delle necessità e degli obiettivi”. 

Ciò che suggerisce nelle sue pagine finali il documento della Fondazione L. Einaudi sulla scuola digitale è assolutamente condivisibile, ma a voler esser più chiari e circostanziati sui tempi della scrittura manuale rispetto a quelli della scrittura a tastiera, conviene concludere richiamando un concetto ben espresso e argomentato nel Manifesto per la scrittura:

Scrittura manuale e competenze digitali sono ambedue importanti, ma la scrittura viene prima. Nel percorso educativo, la digitazione su tastiera dovrebbe essere introdotta quando lo sviluppo cerebrale permette al bambino di raggiungere un’efficiente coordinazione bi-manuale, intorno agli 11-12 anni d’età. Al contrario, la scrittura manuale è un processo fisico che richiede alla mano dominante abilità fino-motorie che possono essere esercitate già nella prima infanzia. Tra le ultime abilità manuali ancora comunemente insegnate a scuola, la scrittura può giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo della coordinazione occhio-mano.  

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