L’approccio di Monica Dengo alla scrittura manuale si fonda su una profonda consapevolezza del segno come estensione vitale del corpo e della memoria. Lontana da ogni nostalgico ritorno alla calligrafia come esercizio di stile, Monica ha sviluppato una ricerca incentrata sul gesto scrittorio come pratica esistenziale e relazione col mondo. Il suo lavoro gravita tra grafia e disegno, tra scrittura e arte visiva, con la consapevolezza che l’atto manuale di scrivere è anche un atto di radicamento, una forma di presenza incarnata.
Nel corso della sua ricerca, il suo interesse ha travalicato i confini della calligrafia occidentale, inoltrandosi nella dimensione interculturale del segno, entrando in contatto con pratiche visive che, in altre culture, non sono mai state separate dalla sfera spirituale, politica e narrativa. Un esempio significativo di questo approccio è rappresentato dall’incontro con l’artista australiana di origini irlandesi Robyn Thompson e, tramite lei, con Peta Wanjunagalin, una donna Mariku, artista e narratrice della sua cultura di origine. Da questo incontro è nato un dialogo intenso e ispirante, che ha aperto nuove prospettive sul senso profondo della creazione di segni.
Il segno è letteratura
Nell’intervista Il segno è letteratura che Monica ha condotto quattro anni fa ma pubblicato recentemente, Peta ha raccontato come, nella sua cultura, la creazione di segni non sia considerata “arte” secondo l’accezione occidentale, ma faccia parte integrante della narrazione collettiva e della letteratura ancestrale. Ogni segno è la testimonianza di un’eredità pronta ad esser colta: le mani che hanno lasciato tracce nelle caverne sono autori di una letteratura visiva antichissima, che ancora oggi parla a chi sa ascoltare. Peta descrive la creazione di segni come un atto sacro, una forma di scrittura che si manifesta attraverso pittogrammi, petroglifi, incisioni su legno, pelle, pietra o sabbia. Le storie visive sono veri e propri “templi della Terra”, portatori di senso, spiritualità e conoscenza intergenerazionale.
Monica accoglie questa visione con profondo rispetto, riconoscendo come la creazione di segni sia una pratica umana universale e antica, capace di connettere l’individuo con i propri antenati e con la terra stessa. In questa prospettiva, l’atto di scrivere a mano è una pratica radicale e contemporanea, capace di sfidare l’alienazione digitale e di restituire all’uomo un senso di appartenenza e relazione. Il progetto Yubbi Yarning Circle Model (YYCM), sviluppato da Robyn e Peta, propone un modello di narrazione visiva partecipata, in cui la creazione di segni accompagna la trasmissione orale di storie spesso taciute o rimosse. Monica, forte del suo impegno didattico e artistico, riconosce in questo modello una potente risorsa per la cura della memoria e per la ricostruzione di un tessuto comunitario fondato sul segno condiviso.

Le riflessioni di Peta Wanjunagalin sulla dimensione spirituale del segno – che collega passato, presente e futuro, che rende visibile l’invisibile, che permette a chi scrive di riconoscersi come parte di una storia più ampia – trovano profonda risonanza nel lavoro di Monica. Entrambe concepiscono la scrittura come un campo di esperienza che coinvolge il corpo, la memoria e il paesaggio. Laddove l’Occidente ha separato arte e scrittura, spiritualità e pratica, queste esperienze mostrano la possibilità di una reintegrazione.
Il corpo che scrive è un corpo che sente e ricorda
Così, l’indagine di Monica sulla scrittura manuale si arricchisce di un nuovo livello di significato: quello del segno come lingua originaria, come gesto universale, come ponte tra culture. Nei suoi laboratori e nelle sue opere, il segno tracciato a mano diventa testimonianza di vita, memoria del corpo, apertura all’altro. Attraverso la calligrafia contemporanea e il dialogo interculturale, riafferma la scrittura come pratica viva, resiliente, trasformativa. Una pratica che, proprio come nel Dreamtime dei Mariku, vive nel tempo e fuori dal tempo, accogliendo l’eredità degli antenati e restituendola alle generazioni future. Nel suo lavoro, inoltre, la scrittura manuale oltre ad essere materia di studio, evolve come strumento di attivazione e relazione. Con il progetto Scrittura Corsiva, oggi portato avanti da SMED, ha contribuito a creare spazi di resistenza culturale e didattica, riaffermando il valore educativo, cognitivo ed espressivo della scrittura a mano. L’obiettivo è riconoscere nella scrittura un gesto attuale e necessario. Il corpo che scrive è un corpo che sente e ricorda: il segno tracciato a mano è traccia dell’umano, gesto minimo che riattiva una relazione con il mondo. In questo senso, la pratica artistica di Monica si inserisce in un panorama più ampio di ricerche verbo-visive contemporanee che pongono la scrittura al centro di un discorso estetico, educativo e politico. Ma oltre alla dimensione teorica, il suo lavoro testimonia un’urgenza etica e poetica: scrivere a mano è per lei un atto di presenza, di ascolto e di attenzione all’interiorità. È un modo per comprendere cosa si stia perdendo nei rapporti digitali, quali emozioni vengano sottratte nell’assenza di un contatto diretto, e per recuperare uno spazio autentico di relazione tra i corpi, tra i gesti, tra le persone. La scrittura a mano, così intesa, muove dalla mera documentazione del vissuto a un vero e proprio impulso generativo: è segno del vivere, e al tempo stesso un atto gravido di vita.
Il testo completo dell’intervista condotta da Monica è disponibile sul suo sito in questa pagina.



